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Domenica 20 Luglio 2008. Confessioni di un ex-killer

di Teresa Mangiacapra/ Niobe.
Aletti editore, febbraio 2018



Presentazione di Patrizia Melluso

“Domenica 20 luglio 2008. Confessioni di un ex killer” di Teresa Mangiacapra/Niobe fu presentato a Napoli, al Blu di Prussia, il 23 marzo 2018. Non ti aspetti, da un’artista che negli anni hai conosciuto come scultrice, ma anche poeta, e performer, un’artista che, con le Nemesiache, ha militato per la bellezza con determinazione ispirata e coerente, questa immersione nel male che è “Confessioni di un ex Killer”. Dal mito e dagli angeli, suo centro di interesse, con questo testo Niobe intraprende un viaggio esplorativo nel noir, nel racconto delle efferatezze di un killer di camorra, pentito, realmente esistito, del quale il vero nome non viene mai fatto, “e non lo dirò” ha detto l’autrice nel corso della presentazione. La confessione è un testo straniante, tanto che la stessa Niobe racconta di aver cominciato a scrivere come in “delirio” la notte stessa in cui il suo amico poeta Enzo le ha proposto il soggetto, la storia di un ex killer; era il 20 luglio 2008, la data che compare nel titolo. Ha pubblicato il libro 10 anni dopo quell’inizio febbrile e, forse consapevole di aver dato vita ad un testo inquietante, ha corredato la storia con la prefazione di Rita Felerico e la postfazione di Silvana Campese, ma anche con i commenti di Conni Capobianco, Nunzia Fasano, Bruna Felletti e Giuliana Leoni. A loro Teresa ha chiesto di commentare, conoscendola da tempo, questa specie di immersione nell’inferno delle parole, crude e sentimentali, che costituiscono la confessione di Matteo Santo, il killer.

Teresa non lo ha mai incontrato, come spiega nell’introduzione; ci ha parlato brevemente, una sola volta, al telefono. Eppure, ne ha scritto le memorie, inoltrandosi in un flusso di coscienza “attraverso il quale ho cercato di interrogarmi nel profondo su un terreno da me troppo temuto e sconosciuto ma tutti – e dico tutti i terreni – ci appartengono una volta che la mente li ha partoriti”. Per vincere la paura, quindi, Niobe ha dato voce – e ricordi e lamenti e recriminazioni – ad uno sconosciuto, un uomo del quale è riuscita a “toccare l’anima” pur provandone orrore.

Il racconto è fatto da una doppia voce: una parla in terza persona, l’altra in prima. Ma non bisogna credere che all’una appartenga l’oggettività e all’altra la soggettività. La terza persona racconta, descrive, a volte interroga, quasi con posizione neutra di un’intervistatrice. Ma, altre volte, inveisce, protesta, si indigna. E anche l’ex killer che parla in prima persona non è sempre coerente con lo stile interiore e soggettivo della confessione. Comincia dai propri incubi, dalle domande ossessive che in essi si ripetono (“Quanti? Dimmi quanti”), racconta i turbamenti dell’infanzia e il forte desiderio di compiacere il suo fratello “maestro”, educatore e aguzzino, e l’acuto senso di solitudine che lo divora, ora che sa di aver buttato via la propria vita e, quasi, si pente di essersi pentito. Ma, poi, il racconto in prima persona diventa a volte oggettivo, come quando Matteo Santo parla, con tono tecnico, dei propri maestri nell’arte dell’auto controllo: giocatori di poker che restano imperturbabili quando bluffano, borseggiatori che fanno il proprio lavoro mantenendo l’immobilità dello sguardo, del viso, “del busto almeno fino al petto”.

Di questi scarti, di questi salti, di queste differenze di tono e di contenuto ce ne sono molti, nel libro di Teresa Mangiacapra, c’è, infatti, dell’ironia, che emerge attraverso e nonostante tutti i racconti violenti e dolorosi, tutte le espressioni sentimentali grondanti pentimento e rimorso e rimpianto di Matteo Santo. E’ come se l’anima gioiosa di Niobe, seppure a confronto con una cultura feroce, che non è la sua, riemergesse, facesse capolino, si affacciasse qua e là in queste pagine che si leggono con un permanente senso di angoscia. Ad esempio, quando in terza persona dice: “Rivoltare merda non fa bene a nessuno – potrebbe dire qualcuno con la puzza sotto il naso – o forse con le mani pulite solo perché fa lavori con i guanti. Anche Matteo li usava. Ne ha consumati tanti e forse ricorda più i suoi guanti che i volti delle sue vittime.” Quattro metafore (rivoltare merda, puzza sotto al naso, mani pulite, lavorare con i guanti) e poi, di botto, un riferimento concreto, banale e terribile, i guanti, quell’attrezzo di lavoro del killer, che Matteo ha consumato in grande quantità. Ci sono molte tracce da seguire nel libro di Teresa Mangiacapra, c’è il tema della paura, c’è il male nella sua ambivalente accezione – il male interiore, il male sociale -, c’è il tema della solitudine e quello dell’innocenza, il tema della memoria e quello dell’impossibile salvezza, c’è la confessione e l’autoassoluzione, la ricerca d’aiuto e la condanna definitiva.

La scultrice Niobe, questa volta, ha rimestato e assemblato parole al posto dei consueti materiali plastici. Ne ha tirato fuori, anche in questo caso, un’opera espressiva, dal forte impatto emotivo.  

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